Incredible India: yeah, right!

Post serio su cinema, politica, violenza e induismo. Ale’.

febbraio 9, 2010 · 4 commenti

L’attore indiano piu’ famoso del momento (anzi, da una decina d’anni) e’ Shah Rukh Khan. Visto che e’ considerato una megastar globale (da se stesso e dagli indiani che pensano di essere incredible) ormai gira il mondo per promuovere ogni suo nuovo blockbuster. L’estate scorsa e’ scoppiato un caso diplomatico quando Shah Rukh, negli Stati Uniti, e’ stato fermato e perquisito in aeroporto. Pare avesse con se’ un sacco di soldi in contanti, e le autorita’ aeroportuali si sono insospettite: un tizio X, vestito tutto yeah yeah, occhiali scuri come un divo e una valigia piena di dollaroni. Non sapevano chi cazzo fosse. Ovviamente.

Vi dico solo che son dovute intervenire le ambasciate.

Per l’opinione pubblica indiana era inaccettabile che una star di tale caratura fosse stata sottoposta a controlli come un comune mortale. Come hanno fatto quei burini di New York a non riconoscere The King? Vergogna, trattato come un pezzente qualunque, un individuo sospetto, per giunta! Gli americani hanno risposto che non sapevano chi cazzo fosse, e in ogni caso non esistono trattamenti VIP per nessuno, di questi tempi.  La storia e’ andata avanti una settimana, coi media indiani umiliati e offesi per le torture subite dall’Indiano Piu’ Famoso Nel Mondo.C’e’ da dire che dal canto suo Shah Rukh ha fatto un po’ il gradasso all’inizio, ma ha poi tentato di calmare le acque.

Ebbene, pare che The King non sia piu’ nelle grazie di qualche migliaio (o milione?) di Hindu. Da un po’ di tempo, Shah Rukh Khan possiede una squadra di cricket, la  Kolkata Knight Riders. Pochi giorni fa, in un’intervista, ha espresso il desiderio che anche i giocatori di cricket pakistani possano venire a giocare in India – al momento, visto l’odio acerrimo tra India e Pakistan, non esiste (per dire, e’ come se i francesi ci stessero sui coglioni al punto tale da vietare l’acquisto di calciatori gallici alle squadre di serie A). Uno dice: e chissenefrega? Beh, tale dichiarazione ha provocato la reazione di vari esponenti dello Shiv Sena, uno pseudo-partito separatista e razzista che vorrebbe fare pulizia etnica a Bombay (ah ecco: sono loro che l’hanno rinominata Mumbai).

Hanno detto: “Shah Rukh Khan non e’ degno di essere chiamato indiano, e’ un traditore della patria ed e’ meglio che non si faccia vedere in giro. Anzi guarda, quando esce il suo ultimo film My Name is Khan (che fantasia, vabbe’) lo boicotteremo. Entreremo nei cinema e distruggeremo tutto. Se non vuole che succeda qualcosa di brutto, deve chiedere scusa”.

MA SCUSA DI CHE?

Bisogna dire che, una volta tanto, la megastar ha fatto la cosa giusta e cioe’ ha detto “Non ho capito per che cosa dovrei chiedere scusa. Ho espresso un’opinione riguardante il cricket, cazzo c’entrano i politicanti neonazisti di Bombay?”

Ora ci sara’ da vedere come finisce la cosa. Lui non si e’ scusato. Lo Shiv Sena e’ piu’ belligerante che mai.

Morale della favola:

1. E’ davvero peculiare come l’industria del cinema indiano diventi il fulcro di conflitti di ogni tipo. Ed e’ vergognoso che certi brutti ceffi sfruttino l’ignoranza delle persone per promuovere le loro azioni squadriste.

2. Gli induisti sono gente violenta, signori miei. Lo so che volete che vi racconti di Gandhi, e lo faro’ presto… beh, indovinate un po’ chi l’ha ucciso? Un pericoloso terrorista (ante litteram) musulmano? NO. Un hindu ortodosso. Che l’India sia il paese della Non Violenza e’ una BALLA GRANDE COSI’.

3. Il nome Bombay deriva dal portoghese Bom Bahia, poiche’ sono stati proprio i portoghesi ad arrivarci per primi e a definirla una ‘buona baia’. Mumbai deriva invece dall’unione di Mumba (nome locale della dea Kali) + Aai (=madre) ed e’ stato scelto come nome ufficiale a meta’ degli anni 90 dallo Shiv Sena, che ha imposto la pronuncia locale. Inizialmente, pareva che questo cambio di nomi fosse dovuto al desiderio di liberarsi di toponomastica di origine coloniale. Tuttavia, e’ poi emerso (specie nel caso di Bombay/Mumbai) che si tratta di un gesto molto piu’ pericoloso, che vorrebbe consegnare la citta’ solo e soltanto agli abitanti ‘autentici’: per dire, uno che viene dal Punjab, o dal Bihar (stati del nord) rischia di essere preso a bastonate. Bombay era la citta’ piu’ cosmopolita dell’India; Mumbai e’ sempre piu’ un bastione di intolleranza e odio.

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Fenomenologia del Clacson

febbraio 8, 2010 · 6 commenti

A cosa serve il clacson?

Nei paesi avanzati, l’uso del clacson e’ limitato a situazioni estreme, flagranti infrazioni delle regole della strada. Per esempio, se siete in autostrada e all’improvviso vedete una macchina che vi viene incontro. Oppure se un automobilista effettua un sorpasso azzardato in curva. Si puo’ pertanto dire che l’utilizzo del clacson e’ funzionale.

In Italia, il clacson viene usato in modo piu’ eclettico. Nella maggior parte dei casi, il clacson italiano e’ la trasposizione automobilistica di “vaffanculo” o “tua madre @%$#”, e difatti spesso e’ accompagnato da gesti inequivocabili. Gli automobilisti lo usano anche, paradossalmente, se il traffico e’ bloccato, come ad esprimere la loro frustrazione. Ne deduciamo che in Italia, l’utilizzo del clacson e’ espressionista.

In India, il clacson e’ utilizzato in modo ontologico/olistico. Cioe’, costituisce parte integrante dell’esperienza automobilistica e ne pervade ogni aspetto. Mi spiego. Gli indiani usano il clacson nei seguenti casi:

-quando sono fermi al semaforo (sebbene le regole rosso=stop e verde=via libera siano bellamente ignorate, ma questo e’ un altro discorso. Si puo’ dire che le allegre luci colorate dei semafori indiani abbiano un fine decorativo)

-quando ripartono dopo essere stati fermi al semaforo - ???

-quando devono girare a destra e/o a sinistra – le frecce non esistono. non ho mai visto una macchina che mette le freccia per girare. Mai.

-quando devono sorpassare a destra e/o a sinistra – gli specchietti retrovisori sono altrettanto inesistenti. O mancano del tutto perche’ sono stati spazzati via dal contatto con un altro specchietto, o sono ripiegati.

-quando si immettono in una strada principale – non esiste alcuna regola di precedenza.

-quando decidono di fare inversione a U – cio’ avviene a piacimento e spesso in strade a corsie separate, se l’automobilista di accorge di aver mancato l’uscita giusta.

-quando decidono di andare contromano – idem come sopra.

-quando vedono un pedone – non per proteggerlo, ma per dire “togliti dalle palle se no ti investo”

-quando non vedono un cazzo, ma non si sa mai che ci sia un pedone in giro

-semplicemente per segnalare la loro presenza in strada – capita di vedere macchine che vanno semplicemente via dritte, in condizioni di traffico moderato e assenza di ostacoli, e che a un certo punto suonano il clacson cosi’, a caso.

Da brava antropologa, ho deciso di chiedere spiegazioni ai diretti interessati, invece di costruire teorie riduttive. La cosa bella degli indiani e’ che quando gli chiedi il perche’ di certi comportamenti o abitudini sconcertanti, invece di dirti “Guarda, non lo so neanche io, ma ti ci devi abituare” si sentono in dovere di darti una giustificazione teorico/ontologica. Quindi, alla mia domanda: Ma perche’ suonate il clacson per qualsiasi cosa, inutilmente? la risposta e’ stata:

Vedi, noi indiani quando guidiamo ci affidiamo molto di piu’ al senso dell’udito che non a quello della vista. Per cui riusciamo a interpretare i diversi significati del clacson a seconda delle circostanze.

Giuro che non scherzo.

Uno che guida affidandosi all’udito e non alla vista e’ come uno che ascolta musica affidandosi all’olfatto. Vorrei anche far notare il tono arrogantello sulle capacita’ interpretative, tipico di chi e’ talmente ignorante da fare un vanto di ogni sua mancanza.

In ogni caso, il mercato automobilistico indiano deve aver capito che l’uso olistico del clacson e’ destinato a durare, perche’ le automobili qui sono dotate di clacson potenziati – il volume e’ altissimo.

Non vorrei pero’ che pensaste che sulle strade indiane viga l’anarchia piu’ assoluta. Al contrario, c’e’ una gerarchia ben precisa che potremmo paragonare alla catena alimentare. Non esistendo regole normali, il diritto di precedenza e’ strutturato in ordine di importanza. Per cui, in ordine crescente:

pedone; bicicletta; scooter; macchina piccola; macchina media; SUV; furgone; camion; autobus; mucca.

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Riflettere bisogna.

febbraio 4, 2010 · 4 commenti

E siccome io non sono per nulla brava a riflettere senza sembrare l’angelo della morte, copio e incollo qui sotto questo post scritto da Niki, un’eroina che ha passato anni in Nepal e che per fortuna ora vive in Spagna. Le sue parole, davvero molto belle, descrivono alla perfezione quello che io e tanti altri che vivono in paesi non occidentali pensiamo.

Buona lettura.

A volte, quando mi alzo al mattino, penso a chi mi sono lasciata indietro

Non tornerei mai nel subcontinente indiano. Per me sarebbe come tornare all’inferno. Però, stando qui, nella comoda, bellissima Europa mi faccio molte domande.

E non posso dimenticare chi mi sono lasciata alle spalle. Come la mia amica M. per la quale ogni giorno che passa è un giorno in più vissuto nella gabbia (di cui è cosciente e che odia) di una società che le rifiuta il riconoscimento come essere umano degno di rispetto e con dei diritti.

Come posso dirvi. La mia esperienza brutale in Asia mi ha come aperto gli occhi, ma aperti veramente, sul fatto che la maggior parte dell’umanità vive in condizioni di mancanza di dignità, di futuri negati, di speranze che non hanno nemmeno lo spazio per nascere. E non mi riferisco solo alla povertà materiale, ma alle società che negano l’importanza dell’individuo. Che negano la moralità. La dignità della donna, il diritto dei giovani a tentare nuove strade. Che uccidono ogni sogno, ogni speranza. Che uccidono l’anima e lasciano dei cadaveri che camminano.

E mi chiedo. Cosa si può fare? E ancora. Ma si può fare qualche cosa? O questo orrore è inattaccabile?

E ancora. Questa gente, che viene da paesi arretrati e violenti, bussa alla nostra porta, vuole partecipare del nostro benessere. Ma il nostro benessere deriva anche dalla libertà che gli individui hanno potuto godere nei nostri paesi, anche dai sacrifici che abbiamo fatto. Loro arrivano, ci disprezzano come impuri, infedeli, diversi (il razzismo ha sempre due facce)
vogliono condividere l’aspetto materiale delle nostre società senza fare concessioni alla nostra storia. Come possiamo convincerli che se vogliono cambiare la loro orribile condizione devono cambiare prima di tutto mentalità?

Che non possono andare avanti bruciando vive le vedove, uccidendo i figli che si innamorano fuori della loro casta, infibulando le bambine, lapidando le adultere, scambiando il furto per lavoro, la menzogna per intelligenza, la pigrizia terminale per saggezza? Vietando a chi non appartiene alle famiglie o caste giuste, ogni diritto? Anche il più elementare?

Riusciremo, con i nostri difetti, con le nostre traballanti virtù, che però ci permettono di avere vite decenti, ci permettono il lusso della speranza, della lotta, dell’impegno, a vincere la battaglia contro questa onda oscura che copre la maggior parte del mondo? O ci faremo travolgere e diventeremo anche noi dei barbari? E tra qualche generazione faremo anche noi i sacrifici di sangue a Durga?

Lo so, sembro retorica. Ma non c’è giorno che questi interrogativi non bussino alla mia mente. E che le storie orribili che mi hanno raccontato in questi anni (mostrandomi, a volte, anche le cicatrici fisiche delle torture) non mi inquietino.

La schiavitù morale che queste società retrive impongono ai loro membri è infinitamente peggiore di qualsiasi povertà materiale. Anche perché, questa violenza totale, avendo le basi solidamente piantate nella religione e nella struttura familiare, spinge la vittima all’autocondanna, all’incapacità di progettare, sperare in una lotta, in un riscatto. Anche l’ultima dignità, quella del pensiero, è negata.

La mente è guardata a vista dai fantasmi interiori della religione, degli antenati, della superstizione, delle barriere sociali, dell’ostracismo. Ha paura di pensare: la libertà di pensiero fa paura, ti mette in un territorio ostile, arido, sconosciuto. Solitario. Da fuori casta, da maledetto.
Ti allontana da tutti. Ti rende infetto.
L’unica via di uscita, per chi si rende conto della bara in cui è stato rinchiuso da vivo, è quella che ha tentato invano una mia amica per ben due volte: il suicidio. Lei ha rimediato solo una lavanda gastrica, dei punti di sutura e le botte del marito che si è sentito “offeso”.

E dal mio rifugio dorato penso a chi come lei non avrà mai nessuna possibilità. E non ne vedrà nemmeno per i figli. Penso a lei e mi chiedo: possibile che debba restare così? Cosa posso fare? Si deve fare qualche cosa!

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Se non bestemmio guarda… (cit.)

gennaio 31, 2010 · 10 commenti

Sono quattro mesi, quattro mesi che abbiamo un problema con l’acqua corrente. Siccome quei ritardati mentali che lavorano al restauro della casa del padrone (che abita di sotto) sono, appunto, ritardati, i lavori non procedono. C’e’ un serbatoio d’acqua azionato da una pompa che bisogna riaccendere ogni volta.

Mica un problema dei padroni, loro hanno un’altra pompa e l’acqua non manca mai.

Anche stasera, e si noti che siamo arrivati ieri, l’acqua e’ finita. La soluzione e’ scendere e CHIEDERE PER FAVORE a quel farabutto del padrone di casa se ci accende la cazzo di pompa. Quella merda d’uomo ha promesso quattro mesi fa che avrebbe chiamato il suo idraulico e sistemato la cosa.

Invece un cazzo.

Bene, col cazzo che vede i soldi dell’affitto. E intanto gli ho contaminato la casa, avendo portato su una bella sopressa veneta.

Non c’e’ paragone, questi qui sono i piu’ infami facinorosi esseri viventi del pianeta.

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Si parte!

gennaio 26, 2010 · 6 commenti

Signore e signori, tra tre giorni la vostra antropologa di grido se ne torna in India. Una tragedia personale, sia chiaro, ma almeno avro’ nuove esilaranti avventure per voi.

Nel frattempo, vi lascio con una lista di caratteristiche degli indiani. Non l’ho scritta io. L’ha scritta un indiano che ha anche pubblicato un libro che andrebbe tradotto in tutte le lingue del mondo.

1. bassa affidabilita’

2. l’essere furbi in privato e scemi in pubblico

3. fatalismo

4. l’essere ‘troppo intelligenti’ per il proprio bene (i.e.: talmente geniali da farsi del male)

5. concezione disgustosa dell’igiene pubblica

6. mancanza di auto-regolamentazione e di giustizia

7. riluttanza a penalizzare gli errori altrui

8. il confondere le parole coi fatti

9. corruzione radicata e propensita’ ad approfittarsi di tutto

10. inabilita’ di seguire o mettere in pratica un sistema

11. Un senso di valore personale che emerge solo quando hanno il potere di trasgredire le regole

12.Tendenza a cercare le falle nelle leggi

L’autore e’ stato professore universitario per vent’anni, insegnava all’istituto di Management ed applica elementi di game theory e behavioural economics alla psiche indiana. Il libro e’ la cosa piu’ illuminante sull’India mai scritta (altro che Gandhi… Supera persino me! Ha ha ha). Pero’ in India non lo si trova cosi’ facilmente, poiche’ spiega con precisione scientifica cosa c’e’ che non va nel cervello e nel modo di pensare degli indiani. E soprattutto, non offre alcuna soluzione. Potrei mettermi a tradurlo e lanciarlo sul mercato italiano come Anti-Rampini. Che dite?

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Sono casi isolati, come no

gennaio 19, 2010 · 4 commenti

E ci tengo a dire che, per come la vedo io, questo fattaccio non ha niente a che vedere con l’Islam di per se’, ma piuttosto con una concezione delle cose e della vita squilibrata e arcaica che molti, moltissimi indiani e pakistani e bangladeshi si portano dietro ovunque vadano.

Ci tengo anche a dire che la supposta Occidentalizzazione, che sarebbe un cancro da estirpare a forza di botte dalle giovani menti dei figli degli immigrati, e’ una costruzione ideologica. Non ha sussistenza. Altrimenti non si spiegherebbe come mai il padre talebano vive nell’odiato occidente: avanzo l’ipotesi che gli piaccia avere un lavoro, o se non ce l’ha godere dell’assistenza sociale, o se non ha neanche quella trarre profitto da attivita’ illegali varie.

Appena ho i numeri alla mano vi sapro’ dire quanti giovani (ragazze e ragazzi) vengono uccisi o brutalmente feriti ogni anno in India perche’ si sono innamorati di una persona della casta sbagliata. Vengono uccisi o torturati dai loro familiari e compaesani, poiche’ hanno disonorato la comunita’.

Certo, per alcuni tutto questo e’ cultura. Cultura millenaria e superiore che noi materialisti, depravati atei occidentali non capiamo. Come siamo stupidi, eh?

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Turisti, viaggiatori, businessmen e martiri

gennaio 15, 2010 · 18 commenti

Ho notato che spesso chi, come me, scrive di India, viene attaccato e accusato di non cogliere la strabiliante ricchezza culturale e umana del subcontinente. Molto spesso i paladini del Karma affermano di aver visitato l’India e di averne tratto enormi benefici spirituali/personali. Per cui noi (Indonapoletano, TuttoQua, Niki e molti altri) ci facciamo la figura degli stronzi.

Ma chi e’ questa gente che va in India? Perche’ la gente va in India? Vi offro una descrizione precisa delle specie umane che si recano nel subcontinente.

Quelli del Rajasthan – individui tutto sommato innocui, partecipano a viaggi organizzati di una o due settimane, immancabilmente in Rajasthan. Vanno a farsi il tour a dorso di cammello, visitano splendide citta’ nel deserto (magari dopo aver visto certi capolavori cinematografici), comprano pezze coloratissime ed altra oggettistica locale che poi, una volta a casa, finira’ in fondo a un baule per sempre. Solitamente tale tipologia di turista considera l’India un paese del terzo mondo come un altro, e il prossimo anno andra’ in Kenya o in Mozambico.

I recidivi – Una piccola percentuale di Quelli del Rajasthan viene colta da un morbo mentale che la porta a tornare in India spesse volte, sempre a fini turistici. Essi (in maggioranza donne oltre i quarant’anni) iniziano ad esplorare il grande paese e tendono man mano a cercare itinerari sempre piu’ spirituali. Non e’ escluso che alcuni di essi finiscano per unirsi ad associazioni di volontariato in India. I recidivi sono quelli che le pezze coloratissime e gli elefantini di legno non li sotterrano, anzi! Le loro abitazioni traboccano di volgarita’ etniche, incenso incluso (per dire la gravita’ della situazione).

Quelli della Lonely Planet – Si sappia che la Lonely Planet e’ un culto pari a Scientology, e la devozione degli adepti non va presa per scherzo. L’offesa peggiore per un Lonelyplanetario e’ chiamarlo “turista”. Il Lonelyplanetario, infatti, si vanta del fatto di essere un VIAGGIATORE. Come Bruce Chatwin, capito? E difatti non li troverete mai senza un taccuino Moleskine assieme alla preziosissima guida. I Lonelyplanetari hanno suppergiu’ 20 anni e provengono in larga parte dai paesi anglosassoni, perche’ da quelle parti va di moda il gap year, un anno in cui il giovine gira per il mondo coi soldi del daddy e si diverte a fare una vita da demente straccione, per poi tornare in Occidente e iscriversi alla facolta’ di management. Visto che sono proprio una pigna in culo, i Lonelyplanetari si sentono in diritto di aggiornare gli amici sui loro spostamenti, e per questo si portano dietro il laptop (indovinato! E’ un Apple). Disdegnano le citta’ indiane poiche’ sono alla ricerca delle localita’ autentiche, quelle dove non ci sono i turisti. Li trovate, tutti assieme, fumati e con la Lonely Planet in mano, a Goa, a Varanasi e a Rishikesh. Vi dico anche dove: in un bar all’aperto dall’aspetto molto freak dove gli indiani non metteranno mai piede.

Gli israeliani - sottocategoria dei Lonelyplanetari. Anche loro si recano a Goa, Varanasi e Rishikesh. Sono delle bestie-da-party. Si spaccano di droghe varie, birra e musica techno. Sono rumorosi, casinisti e se ne fottono beatamente di tutto e di tutti. Visitano l’India subito dopo aver finito la naja, che in Israele dura tre anni (due per le donne), per cui si capisce anche che desiderino l’oblio dei sensi.

Il Global Businessman – visita l’India anche svariate volte l’anno per affari. Si dice che il Global Businessman soffra di fotosensibilita’ acuta, poiche’ raramente lo si vede all’aria aperta. Egli si muove al coperto: aeroporto – taxi – hotel – uffici vari – ristorante. I suoi soggiorni in India sono perlopiu’ brevi. Se vi capitasse di incontrarne uno e di parlarci, noterete che non ha la minima cognizione di causa del fatto che si trova in India. Lui giudica i paesi visitati in termini di produttivita’ economica: vorrebbe poter paragonare almeno gli alberghi, ma per ragioni aziendali finisce sempre allo Sheraton, poveretto.

L’expat – categoria di persone che comprende sia coloro che lavorano per aziende occidentali e che vengono mandati in India per periodi lunghi (un anno e’ il minimo), sia i dipendenti delle varie ambasciate/organi istituzionali esteri. Sebbene vivano in condizioni agiate, sono dei veri amanti del rischio: portandosi dietro consorte e prole, molti di essi lottano ogni giogno per la sopravvivenza della propria famiglia – nel senso che tante volte si rischiano separazioni violente. Gli expat aziendali vivono in sobborghi noiosissimi e lontanissimi dalla citta’, per cui lavorano per la maggior parte mentre sono in auto. Anzi, vivono in auto. Hanno salari invidiabili, autista e donna delle pulizie. L’unico modo in cui un’azienda puo’ convincere un manager a trasferirsi in India e’ promettergli che non dovra’ mai avere a che fare con l’India; per cui l’intera famiglia vive in condizioni protette molto simili a quelle del Global Businessman. Per anni.

Gli expat governativi invece, dovendo rappresentare la nazione di appartenenza, manco abitano su suolo indiano. Molti sono alloggiati all’interno delle ambasciate, dove tutto e’ proprio come a casa propria, dal cibo alla TV alla lingua parlata. Dopo un po’ danno chiari segni di squilibrio psichico e dissociazione. Compensano questa loro vivere in un Non-Luogo con feste di lusso, organizzate un giorno si’ e l’altro pure dalle altre ambasciate. In quest’atmosfera un po’ incestuosa (istituzionalmente parlando) nascono tresche, amori e tradimenti. Ancora non si e’ capito che cazzo di lavoro facciano, ’sti expat governativi, dato che l’unica occasione in cui li si vede sobri  - per poco – e’ la domenica mattina ai brunch degli hotel 5 stelle.

Io – devo ancora trovare una persona cretina quanto me. In India per motivi di ricerca accademica, vivo invidiando a volte gli expat e volte gli israeliani . Vivo a stretto contatto con gli indiani, in un quartiere indiano, lontanissimo dai luoghi frequentati dagli occidentali. Mi faccio da mangiare da sola e non ho modo di comprare carne. Giro in metropolitana o sui rickshaw. Mi sforzo di vivere nel modo piu’ normale possibile, piu’ ‘integrato’ possibile. Ed e’ per questo che quando sentenzio che gli indiani sono tutti pezzenti incapaci buoni a nulla falsi millantatori , se permettete, HO RAGIONE.

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2010 e l’India e’ sempre piu’ incredibile

gennaio 14, 2010 · 7 commenti

Auguri a tutti.

Purtroppo ho parecchio da fare in questi giorni, in preparazione al mio ritorno a Delhi (sprizzo gioia da tutti i pori). Comunque il nuovo anno mi ha portato un po’ di saggezza: ora gli indiani non mi fanno piu’ rabbia ma pena. Pena di quella volgare, catto-buonista, di bassa lega.

Ho letto che si e’ appena concluso il Salone dell’Auto a Delhi, uno dei piu’ grandi expo del mondo. E’ stata una merda totale, cosi’ totale che se ne sono accorti pure quelli del Times Of India, che e’ il piu’ servile dei quotidiani. Apparentemente sono arrivati due milioni di visitatori, e “le infrastrutture non erano sufficienti”.

I gestori dei vari stand dello spazio fiera (che sembra un quartiere fascista diroccato se l’architetto fascista fosse stato scemo, o indiano) hanno venduto ogni metro quadro disponibile, in barba alla logica e alle leggi fisiche, perche’ alla faccia di quel bugiardone di Gandhi, gli indiani pensano solo ai soldi. Risultato: non c’era spazio per muoversi, con conseguente rischio di essere calpestati vivi. Conoscendo poi il senso civico e le buone maniere degli indiani, posso immaginare che la cosa sia divenuta ingestibile. Insomma, una figura di merda. Il coordinatore di turno ha ammesso che non e’ stato il massimo, dando la colpa alle “infrastrutture”. Il responsabile delle famigerate infrastrutture ha detto che il posto non e’ abbastanza grande per far spazio a un si’ prestigioso evento. Intervistati, alcuni partecipanti stranieri hanno trattenuto a fatica le bestemmie; un signore giapponese ha descritto l’esperienza come “un’agonia”, che data la parsimonia emotiva nipponica, equivale a una condanna a morte.

Mi fanno pena.

Me li vedo, sudati e ciccioni, una parte del loro cervello che si rende conto benissimo che ancora una volta l’Incredible India ha fallito. Che sono dei pezzenti senza cognizione di causa che provano meglio che possono a fare la potenza emergente, e poveretti, proprio non ci arrivano. E allora danno la colpa a qualcun altro. Cos’altro possono fare, del resto? Io credo che stiano iniziando a rendersi conto che non ce la faranno mai – non solo a diventare una potenza, ma piu’ modestamente a diventare un paese civile.

Non ce la faranno, e il resto del mondo inizia a stufarsi del caos, dello sporco e della puzza; della disonesta’ e delle tradizioni bislacche divenute articoli costituzionali; degli uomini che pisciano e sputano ovunque; delle vacche onnipresenti che hanno smesso di fare folklore dal 1973;  della violenza settaria; dell’assenza di igiene; dell’atteggiamento facilone e arrogante al tempo stesso e del negazionismo congenito*.  Il mondo inizia a stufarsi, o almeno cosi’ mi auguro, perche’ ormai sono vent’anni che quel miliardo di poveracci ha contatti d’affari col resto del mondo, riceve investimenti, vende e compra, vede la TV satellitare. Vent’anni, signori miei. E dopo vent’anni certe idiosincrasie non sono piu’ divertenti, sono sintomi di inabilita’ cronica ad avere a che fare con la modernita’.

PS. ovviamente, per ‘resto del mondo’ intendo le persone normali, non gli Yeah Yeah che vanno a vivere assieme ai fachiri per un paio di mesi e si sentono in armonia con tutti i popoli come il caro Jovanotti; non quelli che mi dicono che sono razzista e mi chiedono se per caso ho mai sentito parlare di Gandhi (il che, scusate, e’ come chiedere a Carlo Rubbia se ha mai sentito parlare di atomi).

*esempio di negazionismo congenito indiano:

Io “ci deve aggiustare il condizionatore subito, perche’ oggi c’erano 40 gradi! Fa un caldo bestia!”

Padrone di casa: “No madam! Non fa caldo bestia!”

Io: “Ma se sta sudando come un vitello anche lei?!?”

Padrone: “Sudo non per caldo bestia, sudo perche’ io sudo sempre”

(conversazione avvenuta in agosto, quando la temperatura di Delhi non scende mai sotto i 35).

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E’ quasi Natale

dicembre 22, 2009 · 5 commenti

Tanti auguri a tutti.

Dato che nei prossimi giorni non so quanto tempo avro’ per aggiornare questo blog – il Natale in Svezia si celebra il 24, lo sapevate? se volete, posso includere qualche post sugli svedesi, un popolo davvero bizzarro – vi lascio con qualche considerazione a caso.

Ho voglia di guardare un film Hindi. A dire il vero, se c’e’ una cosa che trovo simpatica dell’India, e’ proprio Bollywood. Prodotti per mentecatti, sia chiaro, ma molto divertenti. C’e’ chi dice che sono tutti uguali, che la storia e’ sempre la stessa e che non sono realistici: vero, ma quanti film americani abbiamo visto in cui il Presidente viene minacciato di morte/distruzione del pianeta/altra tragedia? Per poi magari innamorarsi di una ragazza-della-porta-accanto, o magari rinunciare ai suoi privilegi istituzionali per salvare una famiglia di rifugiati bicos dis is Ammmerica? Ecco.

Insomma i film indiani sono dei passatempi e poco piu’, anche se a volte c’e’ qualche regista che prova a inserire temi di attualita’ di un certo interesse. I divi di Bollywood sono delle vere e proprie icone, e sono intoccabili. Sono sempre vestiti a pennello e hanno un comportamento esemplare, almeno pubblicamente; questa e’ un’altra cosa che mi piace, perche’ sono stufa di vedere la fattanza di Lindsay Lohan o il vomito di Kim Kardashian (chi mi spiega perche’ e’ famosa, gli pago da bere).  Se volete vedere un film Hindi, vi consiglio il classico Deewar (=il Muro), un film d’azione tetro e violento (e anche un po’ ridicolo, e romantico, e grottesco) degli anni 70, con l’attore piu’ rappresentativo di tutta l’India, Amitabh Bachchan.

Cose fuori luogo / consigli per un futuro migliore:

Smettetela di farvi le lampade e/o di stare al sole. Non c’e’ niente di piu’ brutto che vedere gente infagottata sotto la neve con la faccia color biscotto. Non dona a nessuno. Siete pieni di rughe, dimostrate trent’anni di piu’ e siete tutto il contrario di chic. Eh, dovevo sfogarmi.

Smettetela di andare in giro con le carrozzine coi vostri bambini dentro. Mamme, state a casa. O almeno non pretendete di entrare con tutto l’armamentario in uno di quei minuscoli bar che popolano il centro citta’. Non ci state. Ingombrate. E poi la creatura piange la’ sotto il telone di nylon che ricopre il passeggino, e voi dove cazzo siete? A ordinare un caffelatte di soia aromatizzato cannella dei miei coglioni? Non e’ che potete scaricare l’aggeggio con dentro il pupo e far finta di avere una vita.

Ed infine: e’ proprio necessario includere quel roito di Mariah Carey nella lista delle gia’ patetiche canzoni natalizie che suonano nei negozi? Spero solo che Shakira non faccia mai un singolo natalizio o mi tocca perforarmi i timpani da sola.

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Abbassa lo sguardo, porca troia! (cit.)

dicembre 18, 2009 · 15 commenti

Dato che questo blog ha seri intenti educativi, e che la sottoscritta e’ un’antropologa di grido, oggi vorrei presentarvi un tratto caratteristico degli indiani, che conferma il loro stato di minus habens.

Se vi recate in India (non fatelo) noterete una cosa (oltre allo sporco, alla puzza, alla migliaia di persone inutili che popolano il paese): vi fissano. Tutti. Ovunque andiate, avrete centinaia di occhi puntati su di voi costantemente. Vi fisseranno, vi seguiranno con lo sguardo finche non uscite dal loro campo visivo. Alcuni vi guarderanno male. La maggior parte si limitera’ a fissarvi con sguardo rivelatore del vuoto che hanno dietro le orbite.

Centinaia di pezzenti vestiti di stracci, gente che gira con la fronte dipinta per motivi religiosi, gente che gira con un lenzuolo arrotolato al posto dei pantaloni: vi fissano come se foste VOI quelli strani, brutti, anormali.

Provate a immaginare il fastidio. Provateci.

Se c’e’ una cosa che davvero io ODIO dell’India, che non riesco nemmeno a ridicolizzare, e’ proprio questa. E non si riesce neanche a trovare una spiegazione. Non e’ che uno arriva in un villaggio in mezzo alla giungla dove i tribali non hanno mai visto l’uomo bianco. Succede ovunque. E’ un tratto caratteristico. E’ la prova definitiva che la stupidita’ degli indiani va oltre ogni definizione conosciuta. Non ci sono attenuanti cultur/socio/storiche. E’ puro e semplice ritardo mentale. Chiaro?

Beh insomma. In India che fai quando un intero scompartimento del treno (non che io viaggi in treno in India: va bene masochista, ma a tutto c’e’ un limite) ha gli occhi puntati su di te? quando decine e decine di facce marroni ti fissano? Fissarli a tua volta e’ impossibile, perche’ appena distogli lo sguardo dallo stronzetto, quello riprende il suo hobby da idrocefalo. Per cui ti arrendi. Il tuo corpo impara ad ignorare gli sguardi. O forse impara ad essere invisibile. Il mio metodo personale per sopravvivere e’ la bestemmia: appena gli scimmiotti iniziano a guardarmi, io attacco con una litania di madonne e mi sento un po’ meglio.

Un’ora fa sono uscita dall’ufficio per andare in biblioteca. Ricordo che mi trovo in Svezia temporaneamente. Mentre cammino nella neve, vedo uno studente palesemente indiano che cammina nella mia direzione e, pensa un po’, mi sta fissando. Ho perso le staffe.  Segue dialogo:

Bixx: Che cazzo guardi?

Scimmia: Oh, niente…

Bixx: Niente dio can?  (di solito non bestemmio sul blog, ma riporto tutto in versione integrale per onesta’, n.d.A.) Mi stavi fissando.

Scimmia: No…

Bixx: Ascoltami bene. Primo: ne ho i coglioni pieni di indiani come te che pur di mentire direbbero anche che la neve e’ rossa. Secondo: nel tuo paese del cazzo puoi continuare a fissare la gente come una cazzo di scimmia, cazzi tuoi e del miliardo di idioti tuoi concittadini. Ma qui sei in Europa. Civilta’, hello? Mi capisci? Qui fissare la gente non si fa. Lo sapevi? Lo sapevi? O pensavi che andasse bene?

Scimmia: Ok scusa…

Bixx: Scusa? Scusa un cazzo! Incivili siete. Incivili. Non so perche’ cazzo vi mandino qui a fare cosa, che non sapete neanche le regole piu’ semplici del vivere in societa’, figurarsi il resto. E adesso prendi e vai affanculo.

Fine del dialogo.

Il tipo se n’e’ andato per la sua strada guardando per terra. Io sento di aver compiuto una buona azione volta a migliorare la vita su questo pianeta.

Edit socio-antropologico (che qui non si scherza): e’ tipico dei bambini, che non hanno acquisito le competenze sociali dette ‘buone maniere’, fissare persone che presentano anormalita’ visibili (deformita’, handicap ecc). Tali anormalita’ possono anche essere definite stigma: etimologicamente e sociologicamente lo stigma e’ una manifestazione fisica di un difetto morale o di carattere. Il bambino fissa uno zoppo e immediatamente ne ha paura, o prova disgusto misto a curiosita’. Colui che viene fissato, lo stigmatizzato, prova sensazioni contrastanti: rabbia, imbarazzo, ansia. Soprattutto, si sente esposto ed e’ particolarmente consapevole della parte del proprio corpo che genera gli sguardi.  In India, come tutti sapete, esistono milioni di storpi e altri esseri fisicamente abominevoli (casi di poliomielite, peste, vitiligine) o mentalmente deficienti (beh, tutti. Ma alcuni piu’ degli altri. L’incesto va per la maggiore e il corredo genetico ne risente). Eppure gli indiani ‘normali’ ignorano completamente l’esistenza di tali mostruosita’ che pullulano per le strade balbettando elemosine. Fissano me – la mia pelle bianca mi rende oggetto di attenzione indesiderata, mi rende oggetto di stigma.

Quindi se volete fare un favore all’umanita’, segnalatemi per favore dove posso acquistare del pepper spray, quello anti aggressione. Grazie.

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